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Danni strutturali e ambientali

«Riguardo a questo tempio, già così eccelso, chiunque vi passerà vicino si stupirà e fischierà, domandandosi: “Perché il Signore ha agito così con questo paese e con questo tempio?”» [1Re 9,8 (2Cr 7,21)].

 

Come si può notare dalle fotografie e ancor più da una visione diretta, innumerevoli sono i danni strutturali che negli ultimi decenni hanno contribuito a compromettere la stabilità del complesso ecclesiale di San Rufino. Dopo la sua ricostruzione, sullo scorcio del XIX secolo, e al termine dei lavori di finitura e di decorazione, protrattisi sino alla fine degli Anni Trenta del Novecento, il fabbricato non ha più conosciuto opere di manutenzione o di consolidamento, eccezion fatta per un intervento di deviazione dell’acqua piovana dalle fondamenta e un altro di collegamento dei tre principali blocchi architettonici (Chiesa-Campanile-Canonica) eseguiti, su progetto dell’Ing. Maurizio Bruzzo, dietro richiesta di Don Paolo Molinari, nel 1949. Come lo stesso Sacerdote annotava nelle proprie memorie parrocchiali, «Dopo alcuni anni dalla costruzione di un edificio la cui imponenza avrebbe potuto, nelle intenzioni dei costruttori, agevolmente sfidare i secoli, iniziarono a comparire vistose crepe nella struttura della Canonica e della Chiesa».

Degrado ambienteIl terreno su cui insistono le sue fondamenta tende a franare e necessita di rapidi interventi geotecnici. Oltre al graduale collasso del tetto ormai marcescente e alle condizioni precarie della struttura canonicale, segnata all’esterno come al suo interno da cedimenti e da vari crolli, negli ultimi anni si è registrato un pericoloso deterioramento della facciata e dell’intera parete absidale della Chiesa, che rischia di sgretolarsi a causa degli agenti atmosferici. Anche lo splendido Campanile, a sua volta segnato dall’incuria, sul quale crescono persino arbusti e spine, ha iniziato a inclinarsi, sollecitato dal lento disgregamento della Canonica.

Le terre circostanti all’edificio, un tempo contraddistinte da rigogliosi campi, orti, frutteti e vigne ben curati che suscitavano l’ammirazione di molti Valligiani, sono ormai totalmente abbandonate al degrado e assediate da una fitta vegetazione spontanea che pure non riesce a nascondere agli sguardi uno sfacelo che costituisce una dolorosa “ferita” sociale e ambientale, in parte conseguenza di un diffuso fenomeno di spopolamento che, a partire dal secondo dopoguerra, ha interessato l’intera Val Borbera.

È inutile negare che le difficoltà oggettive non mancano e che il momento attuale in cui l’Associazione sta operando non è dei migliori: la crisi contemporanea colpisce sì l’uomo e i suoi valori fondanti, ma anche l’economia mondiale e nazionale, come la vita domestica di ciascuno; le vie delle città continuano ad affollarsi di manifestanti che rischiano di perdere il posto di lavoro o che ne sono rimasti privi. Oggi ogni giudizio sembra essere demandato al mercato e una Chiesa nelle condizioni di quella di San Rufino apparentemente non fa reddito e si è perciò portati a giustificare l’incuria con uno sbrigativo atteggiamento di pessimistica rassegnazione che contribuisce a identificare il degrado architettonico e ambientale sempre più come danno “strutturale” (in senso proprio ma in questo caso soprattutto figurato) e a incrementare un deficit di responsabilità, già causa di un serio danno “personale” arrecato da quanti, con la propria indifferenza, al proliferare dell’incuria hanno contribuito.

 

E PURE SIA

Nostalgia trapassa nei muri
Le crepe e al verde livido s’accosta
Dell’edera che circonda
E quasi le macerie tiene insieme.
La sofferenza che dà senso a
Un uomo scava anche il corpo
Fatiscente di un tempio e nel suo
Grido muto, controvento sospeso
Dalla cuspide a mezzo-cielo,
Tremano i paradossi sprofondati
Nella storia delle umane coscienze.
La luce, un tenue velo, si accorda,
Fasciandoli, a sconfinati silenzi, dove
Campane adornavano le sere
Di rimando a un vasto
Sussurrato salmodiare e ora, vuotato
Di tutto e persino dei suoi perché,
Il monte cede al buio che
L’assottiglia, remota dimora di
Una volpe che al trogolo
Disseta i faticati digiuni.
Oltre il paesaggio e il torpore d’oblio
Che la bruma vi rinserra è la
Verità da contemplare con
Pazienza, attraverso la parvenza
Delle cose. Di là si sporge
Il mistero che le stagioni
Intensamente assomma e
Nella sostanza trasfigura,
Con breve evidenza rincuorando
Le cesellate chine e
L’istante che pure rispera.

Valentina Incardona

Campanile luce

 


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